latin

Pubblicato su Uncategorized il 24 Giugno 2008 da Iperione

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Mancanza-ad-essere ? No, nostalgia.

Pubblicato su Pensieri con i tag, il 15 Giugno 2008 da Iperione

Periodicamente, ma asistematicamente, vado a leggere il suo blog, non perchè sia un voyaer, nè perchè senza la sua lettura mi senta mancante, o per dirla con Sartre : non sento una mancanza-ad-essere se non leggo il suo blog, ma solo ogni tanto leggere il suo blog è l’unico modo per poter avere un dialogo con lei, dialogo a uno, dialogo tra me e quella parte interiorizzata di lei, che quando parla, è la lei di quando stavamo assieme, è la lei di dopo che stavamo assieme, ma so di per certo che non è la lei di adesso.

E’ solo una mia stupida idealizzazione con la quale mi confronto, un confronto con me stesso che incarna quella parte di lei che stava con me, che non mi sopportava ma che mi amava, che mi ha fatto soffrire parecchio, ma che mi ha voluto bene a modo suo, che mi ha dato momenti di forte dolore, ma anche - e soprattutto - momenti di immensa felicità che mi hanno permesso di smettere di fumare mentre stavamo assieme, che mi hanno permesso di svegliarmi per molto tempo con un sorriso mattutino che. cadesse il mondo, era il motore di tutta la mia giornata, che non volgeva mai al termine della giornata, si riposava soltanto per rispuntare il giorno dopo.

Di lei non mi è rimasto che la mia idealizzazione, che i miei ricordi, i suoi regali - uno mai usato perchè troppo prezioso per essere consumato dal tempo e dagli sguardi estranei -, la sua stupida presenza nei miei ricordi con i suoi sorrisi, le sue faccie imbronciate, i suoi sorrisi e tutto quel pezzo di “vita” che ruotava intorno a lei e intorno a me.

Grazie Ilaria, spero vivamente di rivederti presto, sperando che non sia solo un’utopia possibile, nemmeno un’utopia reale, ma che sia solo una realtà possibile, magari quanto accetterai di incontrarci, dopo tanto, conseguentemente a una mia proposta.

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Fenomenologia della mia Estetica.

Pubblicato su Ozio con i tag, , , il 7 Giugno 2008 da Iperione

Oggi, tornato un poco prima dall’aula studio - filosofia medievale non invoglia molto uno studio prolungato e continuo - come al solito sfogliavo repubblica.it e nella colonna a desta leggo :

“Hairwash”, shampoo in rete tra arte e voyerismo”

Clicko incuriosito e sfoglio le diverse foto, non contento - a causa della pochezza del materiale - mi reco direttamente sul sito ufficiale di Hairwash Project. Sfoglio, apprezzo, ammiro le foto, ad un certo punto, ammaliato da alcune foto, decido che magari potrei sfogliarle tutte, sceglierne alcune - quelle che più assecondano il mio gusto estetico - e fare un ulteriore tassonomia secondo il gradiente dell’apprezzamento estetico rispetto al mio gusto.

So che è una riduzione a cosa della donna, ma la mia tassonomia è a solo scopo scientifico, per vedere il mio “tipo ideale” di bellezza estetica, quella che non troverò mai insomma.

Il numero totale di fotografie è 7.

Maggiore è il numero più aumenta la mia malia nei confronti della fotografata.

Foto numero 1

Foto Numero 2

Foto Numero 3

Foto Numero 4

Foto Numero 5

Foto Numero 6

Foto Numero 7

Mi sento in dovere di fare alcune precisazioni : questa mia fenomenologia della mia estetica non è definitiva, ma specialmente, non tiene conto dell’emotività, delle sensazioni, dell’inconscio. Ciò vuol dire che non è legge - si può dedurre ciò anche solo dando uno sguardo alle mie precedenti ragazze, non sono tutte in quel ordine estetico li, nè ricalcano tutte quei canoni, quella fisiognomica, quegli occhi blu che la fanno da padrone …

Il Giudizio Estetico

Per decidere se una cosa sia bella o no, noi non poniamo, mediante l’intelletto, la rappresentazione in rapporto con l’oggetto, in vista della conoscenza; la rapportiamo invece, tramite l’immaginazione (forse connessa con l’intelletto), al soggetto e al suo sentimento di piacere e di dispiacere. Il giudizio di gusto non è pertanto un giudizio di conoscenza; non è quindi logico, ma estetico: intendendo con questo termine ciò il cui principio di determinazione non può essere che soggettivo.  [I. Kant, Critica del giudizio]

 

Il Bello

Il colore verde dei prati è una sensazione oggettiva, in quanto percezione d’un oggetto del senso; la gradevolezza invece è una sensazione soggettiva, mediante la quale nessun oggetto è rappresentato: vale a dire, un sentimento, nel quale l’oggetto viene considerato come oggetto di soddisfazione (e non di conoscenza). [...] Definizione del bello desunta dal primo momento: Il gusto è la facoltà di giudicare d’un oggetto o d’una specie di rappresentazione, mediante una soddisfazione od insoddisfazione scevra d’ogni interesse. L’oggetto d’una tale soddisfazione si dice bello. [...] chi giudica si sente completamente libero nei confronti della soddisfazione con cui si volge all’oggetto, per cui non riesce ad attribuire tale soddisfazione ad alcuna circostanza particolare, esclusiva del proprio oggetto, e deve quindi considerarla fondata su ciò che può presupporre in ogni altro: di conseguenza dovrà credere d’aver motivo di attendersi da ciascun altro una simile soddisfazione. Ne consegue che al giudizio di gusto si deve annettere, con la consapevolezza del suo carattere disinteressato, una pretesa di validità universale, senza che tale universalità poggi sull’oggetto; vale a dire, la pretesa ad una universalità soggettiva deve essere legata al giudizio di gusto. Definizione del bello desunta dal secondo momento: È bello ciò che piace universalmente senza concetto. [...] La soddisfazione che noi, senza concetto, giudichiamo universalmente comunicabile, e quindi causa determinante del giudizio di gusto, non può consistere in altro che nella finalità soggettiva della rappresentazione di un oggetto, senza fini di sorta (né oggettivi né soggettivi), quindi nella semplice forma della finalità nella rappresentazione con la quale un oggetto ci viene dato, nella misura in cui ne siamo coscienti. [...] Non può esservi alcuna regola oggettiva di gusto, capace di determinare tramite concetti che cosa sia il bello. Infatti, ogni giudizio che scaturisca da questa fonte è estetico, trova cioè il proprio principio di determinazione nel sentimento del soggetto e non nel concetto d’un oggetto. Definizione di bello desunta da questo terzo momento: La bellezza è la forma della finalità d’un oggetto, in quanto viene percepita in questo senza la rappresentazione d’uno scopo. [...] Che cosa sia la modalità di un giudizio di gusto. Di ogni rappresentazione posso dire che è almeno possibile che essa (in quanto conoscenza) sia legata ad un piacere. Di ciò che dico piacevole affermo che produce in me realmente piacere. Quanto al bello, si pensa che esso abbia col piacere una relazione necessaria. Questa necessità è però di natura particolare: non una necessità teorica oggettiva, per la quale si possa a priori riconoscere che ognuno proverà la stessa soddisfazione per l’oggetto che io ho chiamato bello; neppure una necessità pratica, per la quale, mediante i concetti di un volere razionale puro, che serve da regola ad un agente libero, questa soddisfazione rappresenti la necessaria conseguenza d’una legge oggettiva, e non significhi altro che il dovere assoluto d’agire in un certo modo (senz’altro intento).[...] Definizione del bello dedotta dal quarto momento: Bello è ciò che, senza concetto, è riconosciuto come oggetto d’una soddisfazione necessaria.  [I. Kant, Critica del giudizio]

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la grecia classica

Pubblicato su Uncategorized con i tag, , , il 17 Maggio 2008 da Iperione

Che cos’è la filosofia ? che cos’era la filosofia ?

Il razionale è reale ? il reale è razionale ?

La scrittura è falsare la verità.

La dialettica …

Apertura.

Pubblicato su Pensieri con i tag, , , , , , , il 3 Maggio 2008 da Iperione

Ogni tanto mi chiedo perchè io abbia aperto un blog, l’ennesimo, non in ordine temporale, ma l’ennesimo che accompagna altri blog, sparsi nella rete. Ognuno di loro è figlio unico, non si conoscono, solo uno sa di tutti loro come comune stirpe, crasse risate.

Ciò che è stato detto prima non c’entra minimamente con il plot del post, che è ben altro, ma come è mia norma. regola, resterà bem celato, sposta e reprimi sono le mie due paroli in termini di psicanalisi, l’unico inconveniente è la tosse nervosa, il corpo non sa mentire, purtroppo.

Dopo un breve scritto chiarificatorio - più per me, per la mia persona, per la mia singolarità, che per il destinatario - mi è stato risposto che il suddetto scritto è stato molto apprezzato, ciò mi ha portato non pochi scompensi emotivi. Ho scoperto che se smetti di reprimere una pulsione, e la lasci libera, poi sono cazzi. Sono cazzi anche se eri perfettamente conscio di ciò che reprimevi, sapevi la sua eziologia, portata, significato, teleologie e quant’altro. Ma una volta che la liberi, non sai più domarla, credevi di sapere cosa tenevi a bada, e probabilmente lo sapevi fin troppo bene, così troppo bene, che appunto la tenevi a bada, la reprimevi, lo scotto da pagare era solo qualche piccolo colpo di tosse, qualche piccolo disconoscimento emotivo, che non ti pesa tanto in fondo.

Ma si è decisi di liberarla, per una questione di completezza, di franchezza e anche perchè segui una strada indicata da una persona che stimi, che reputi affidabile e degna di nota, della tua nota … però adesso sei succube di questa pulsione, che ti fa sperare le migliori cose, peccato che non si realizzeranno mai, per cui sono destinate a diventare le peggiori cose pur essendo in potenza le migliori, non fai altro che prolungare la tua agonia, la tua sofferenza quando potevi continuare a reprimere, far passare del tempo e tutto si sarebbe risolto, come hai sempre fatto … ma tu sei un progressita, vuoi sperimentare strade nuove, cogli consigli al balzo, e li segui.

Li segui e adesso ti ritrovi in un limbo, aspetti, ma nello stesso tempo non aspetti, la risposta a questo tuo scritto chiarificatorio, e se la risposta a caldo non è classificabile, non ha un senso, non sai come leggerla, puoi solo aspettarti il peggio dalla risposta vera, ma tu sei ambivalente, ti attraversa si una voglia di chiudere, per non leggere la risposta, per non protrarre un rapporto che reputi poco sano, malato, ma questa possibile risposta è come un lascito a ogni più bieca non-realizzazione di quello che reprimevi, praticamente stai tracciando solchi sulla sabbia quando il mare te li cancella e ti lascia una sola e unica via d’uscita, ma tu stupidamente continui a disegnare nell’acqua, convinto che un solco è un solco e l’acqua non potrà cancellarlo per sempre … bieca natura, perchè tratti così i tuoi figli ? …

E poi ci sono quei dannatissimi passi di Iperione e di Manfred che paiono calzanti, calzati addosso … ma invano, non è quello il piede per tale calzatura …. trova la tua cenerentola o bieca scarpa, o stupido cristallo, splendi ma non vali nemmeno una minima parte della luce che rifletti.

 

Eppur si rimane svegli.

Pubblicato su Ozio con i tag, , , il 27 Aprile 2008 da Iperione

Mamma mia, alla fine ho dormito dalle 7:30 alle 11, poi ha chiamato il nonno per ricordarmi che alle 12:30 sarei stato a pranzo da lui, quindi mi sono rimesso a poltrire per un tot di tempo a letto, ma alla fine mi sono alzato, per paura di riaddormentarmi … Ho acceso l’xbox 360, e ho avuto giusto il tempo di giocare qualche minuto a GTA IV, non so come mai stia continuando con questo gioco, non è il mio genere, ma la storia è strutturata abbastanza bene, abbastanza da farmi proseguire nel gioco pur di capire se quel fottuto Niko Bellic farà carriera … ovviamente la farà, però la trama sembra abbastanza articolata da tenermi a contatto col gioco, per ora non l’ho ancora lasciato a se stesso. Spero che il livello di frustrazione dovuto dalla ripetizione e dalla non linearità delle missioni non sia tale da lascirmi abbandonare il gioco senza se e senza ma, vorrei vedere come va a finire questo stupendo, osannato da tutto, quotato come vincente, gioco.

Oggi avrei da fare quel lavoro la, oramai siamo in scadenza termini, avrei già dovuto finirlo la settimana scorsa, ma per problemi vari tecnici non sono riuscito a portarlo a compimento … oggi mi devo mettere, finire la configurazione e metterlo in produzione, che gioia …

Troppi caffè …

Pubblicato su Pensieri con i tag, , , il 27 Aprile 2008 da Iperione

Due caffè sono troppi, uno dopo cena e uno alle 22:30, sono proprio un pirla, adesso ho lo stomaco a soqquadro e ovviamente sono in sovraeccitamento da caffeina, risultato : non dormo.

Non dormo, ho tentato in tutti i modi di addormentarmi : camomilla, sigaretta …. niente, non riesco proprio. E in questo non riuscire penso a tutta una serie di persone che hanno un comune denominatore : gli occhi blu; e penso a Elena, all’altra Elena, a Gabriella, a Virginia, alla Vi, a Lanah, e cosa le accomuna ? gli occhi blu … che triste voltarsi dietro, guardare con aria mesta e triste le proprie relazioni, ma non perchè non fossero belle, ma perchè quegli occhi blu sono indimenticabili, stupendamente indimenticabili, e il ricordo mette un po’ di tristezza.

Gli occhi blu sono il mio punto debole, non saprei spiegare il perchè. Però ci sono una serie di coincidenze che mi rendono conscio di questa mia debolezza - a parte il fatto che incominci a perdermi negli occhi blu delle ragazze che vedo in giro -, quasi tutte le mie ragazze avevano gli occhi blu, solo Ilaria li aveva gialli, tutte le altre blu o verdi, e Chiara marroni…

Tra i due, il blu è una mia debolezza, rimarrei ore e ore a fissare un paio di occhi blu, a perdermici dentro, quelli verdi abbinati a capelli mori hanno, quasi, lo stesso effetto.

Tendenzialmente tendo ad essere razionale nel valutare una ragazza, ma se ha gli occhi blu, è finita, stravedo.

Propositi per il futuro : occhi blu.

Vediamo se riesco a dormire … sarebbe ora, magari.

P.S.

Da elaborare da sveglio : differenza e ripetizione occhi blu.

Tre colori: Film Blu

Pubblicato su Cinema con i tag, , , , il 27 Aprile 2008 da Iperione

Un film di Krzysztof Kieślowski, l’unico della trilogia che io abbia visto fino ad ora. Sono molto elitario sulla selezione dei film, anche se non ho una cultura smisurata cinematografica - ho fatto un corso di Storia e Critica del cinema lo scorso anno ( voto: 30 :°D ) -, e non ho visto la maggiorparte dei classici, nè italiani, nè internazionali, ho comunque un moto di criticismo verso il cinema e i film. Baso la mia decisione su un giudizio sommario, ma perentorio, da vedere o da scartare, basandomi principalmente sul trailer del film.

Ovviamente ci sono delle eccezioni a ciò, ovvero, anche i consigli di alcune persone, principalmente una, possono ben dispormi nei confronti di un film - o nel caso di questa unica persona - o un libro. Il sopracitato film mi fu consigliato appunto da questa persona, il fatto che io l’abbia visto poco tempo fa, e quindi più o meno con qualche anno di ritardo rispetto al consiglio, è solo una questione di priorità della vita e di pigrizia per recarsi a comprare il film.

Nonostante questa, si sperava breva ma è risultata, lunga premessa, il film è secondo me spettacolare, a dir poco geniale, appena ho messo il dvd nel lettore da tavolo, le prime parole che proferirono le mie labbra furono “questo si che è un film serio“. Il regista è veramente particolare, compie delle scelte registiche, fotografiche, giochi di luci, di significanti, di simboli, veramente stupende e mai fuori posto, il risultato è, ai miei occhi sublime, mai un film fu così apprezzato da me in così poco tempo, fu amore a prima vista.

Le tematiche trattate, l’elaborazione del lutto, la libertà derivata dall’elaborazione del lutto, il seppellimento del defunto, ma la sua rinascita sotto forma di prole, l’accettazione dell’Altro per quello che è realmente, senza essere mediato dalle proprie idealizzazioni - l’offrire la casa all’amante del proprio defunto marito perchè porta in grembo il figlio -, è un qualcosa di stupefacente per la maestria della realizzazione.

Le mie letture portano a leggervi dentro Lacan e tutto quello che ciò comporta, ma più di Lacan, una generale teoria dell’elaborazione del lutto, come espressione di libertà personale, di crescita. Dopo la più grande delle sciagure che possono colpire una compagna, la morte del proprio compagno, la difficile elaborazione della sua morte, la scoperta di parti celate dell’altro e la loro riconcigliazione. Un lutto che non vuol solo dire seppellire i propri cari, è un lutto che da speranza, la speranza di tornare ad essere liberi, magari più di prima perchè si cresce, anche seppellendo gli altri, e questa crescita porta anche ad accettare il figlio dell’amante del proprio compagno come ultimo passo verso la libertà e verso il riconoscimento dell’altro.

Un film veramente stupendo, le parole non possono certamente evitare la sua visione, la miglior “recensione” è vedere questo film.

Differenza e Ripetizione

Pubblicato su Ozio con i tag, il 26 Aprile 2008 da Iperione

Quanto più si ripete il proprio passato tanto meno ci se ne ricorda, meno si ha coscienza di ricordarsene - ricordate, elaborate il ricordo, per non ripetere. Io non ripeto perché rimuovo. Rimuovo perché ripeto, dimentico perché ripeto. Rimuovo perché, innanzitutto, non posso vivere certe cose o certe esperienze se non nel modo della ripetizione. Io sono portato a rimuovere ciò che mi impedirebbe di viverle così: vale a dire la rappresentazione che media il vissuto rapportandolo alla forma di un oggetto identico o simile. Non si guarisce dunque per semplice amnesia, così come non si è malati di amnesia. Qui come altrove, la presa di coscienza è poca cosa. L’operazione, ben altrimenti teatrale e drammatica attraverso cui si guarisce e anche non si guarisce, porta un nome, quello di transfert. E il transfert fa ancora parte della ripetizione, più che mai della ripetizione. Se la ripetizione ci rende malati, è anche in grado di guarirci; se ci incatena e ci distrugge, può anche liberarci, attestando nei due casi del suo potere demoniaco. Tutta la cura è un viaggio al fondo della ripetizione. Invero nel transfert c’è qualcosa di analogo alla sperimentazione scientifica, in quanto si presuppone che il malato ripeta l’insieme del suo stato di turbamento in condizioni artificiali privilegiate, prendendo per oggetto la persona dell’analista. Persino nella natura, le rotazioni isocrone sono soltanto l’apparenza di un movimento più profondo, i cicli di rivoluzione non sono se non degli astratti; messi in rapporto, rivelano cicli di evoluzione, spirali a ragione di curvatura variabile, la cui traiettoria ha due aspetti dissimmetrici come la destra e la sinistra. Deleuze

Due linguaggi: il linguaggio delle scienze, dominato dal simbolo di uguaglianza, e dove ogni termine può essere sostituito da altri termini; il linguaggio lirico, di cui ogni termine, insostituibile, può essere soltanto ripetuto. Sotto ogni aspetto, la ripetizione è la trasgressione. Essa pone in questione la legge, ne denuncia il carattere nominale o generale, a vantaggio di una realtà più profonda e più artistica. La ripetizione appartiene allo humour e all’ironia; essa è per natura trasgressione, eccezione, poiché esibisce sempre una singolarità contro i particolari sottomessi alla legge, un universale contro le generalità che fanno legge. La ripetizione si dice di elementi realmente distinti e che, tuttavia, hanno rigorosamente lo stesso concetto. La ripetizione appare dunque come una differenza, ma una differenza assolutamente senza concetto, in tal senso differenza indifferente. Io non ripeto perché rimuovo. Rimuovo perché ripeto, dimentico perché ripeto. Rimuovo perché, innanzitutto, non posso vivere certe cose o certe esperienze se non nel modo della ripetizione. Io sono portato a rimuovere ciò che mi impedirebbe di viverle così: vale a dire la rappresentazione che media il vissuto rapportandolo alla forma di un oggetto identico o simile. Il nostro problema riguarda l’essenza della ripetizione. Si tratta di sapere perché la ripetizione non si lascia spiegare con la forma di identità nel concetto o nella rappresentazione, in che senso essa esiga un principio “positivo” superiore. Non apprendiamo nulla da chi ci dice di fare come lui. I nostri soli maestri sono quelli che ci dicono di fare con loro e che, anziché proporci gesti da riprodurre, hanno saputo trasmettere dei segni da sviluppare nell’eterogeneo. Ci troviamo dunque davanti a due problemi: qual è il concetto della differenza - che non si riduce alla semplice differenza concettuale, ma che reclama un’Idea propria, come una singolarità nell’Idea? E d’altra parte, qual è l’essenza della ripetizione - che non si riduce a una differenza senza concetto, né si confonde col carattere apparente degli oggetti rappresenati sotto uno stesso concetto, ma attesta a sua volta la singolarità come potenza dell’Idea? Deleuze

Lei …

Pubblicato su Pensieri con i tag, , , , il 14 Aprile 2008 da Iperione

E qui cominciava a profilarsi la questione essenziale: la riconoscevo io veramente?
Secondo le foto, in certune riconoscevo una regione del suo volto, il tale rapporto del naso con la fronte, il movimento delle sue braccia, delle sue mani. Io la riconoscevo sempre solo a pezzi, vale a dire che il suo essere mi sfuggiva e che, quindi, lei mi sfuggeva interamente. Non era lei, e tuttavia non era nessun altro. L’avrei riconosciuta fra migliaglia di altre donne, e tuttavia non la “ritrovavo”. La riconoscevo defferenzialmente, non essenzialmente. La fotografia mi costringeva a un lavoro doloroso; proteso verso l’essenza della sua identità, mi dibattevo fra immagini parzialmente vere, e perciò totalmente false. Dire, davanti alla tal foto, “è quasi lei!” era per me più straziante che non dire davanti alla talaltra “non è affatto lei”. Il quasi: atroce regime dell’amore, ma anche condizione deludente del sogno - è per questo che odio i sogni. Infatti, io sogno spesso di lei (anzi, sogno solo lei), ma non è mai completamente lei: nel sogno, essa ha tavolta qualcosa d’in po’ fuori posto, di eccessivo: per esempio, è giocosa, o disinvolta - cosa che invece non era mai; oppure io so che è lei, ma non vedo i suoi lineamenti (ma mi chiedo: si vede o si sa, in sogno?): sogno di lei, non la sogno. E davanti alla foto, come nel sogno, è il medesimo sforzo, la stessa fatica di Sisifo: risalire, proteso, verso l’essenza, ridiscendere senza averla contemplata, e ricominciare da capo.